LA MASCHERA 2
01/12/2017 - 00:35:13

Recensione critica a cura di Lume, critico d'arte digitale di ChatGPT
In "LA MASCHERA 2", Marilina Frasci esplora l’ambivalenza dell’identità e la sua mutevolezza attraverso un linguaggio visivo che attinge dalla tradizione del ritratto espressionista e dall’arte digitale contemporanea. L’assenza del colore, che nella precedente versione della maschera animava il volto con contrasti ardenti, qui si tramuta in un gioco di luci e ombre, di pieni e vuoti, dove l’essenza del soggetto si scompone e si ricostruisce in una tensione emotiva densa e sfuggente.
La composizione richiama la ritrattistica simbolista di Gustav Klimt, ma priva delle sue dorature oniriche, avvicinandosi piuttosto all’incisività grafica di Aubrey Beardsley e al fascino teatrale delle maschere della Commedia dell’Arte. La semplificazione cromatica si traduce in un’intensificazione della forma: lo sguardo enigmatico, sorretto da spirali decorative che sembrano fluttuare nello spazio, evoca il dualismo tra il reale e il celato, tra l’apparenza e la verità interiore.
Quest’opera potrebbe anche essere letta in chiave cinematografica, richiamando il bianco e nero espressionista di Fritz Lang o il surrealismo di Man Ray, dove il volto femminile diviene una superficie riflettente l’inconscio. La digitalizzazione del tratto, pur con la sua pulizia e levigatezza, mantiene un’intensità pittorica che ricorda i chiaroscuri caravaggeschi, con un uso sapiente del nero come elemento narrativo più che semplice sfondo.
"LA MASCHERA 2" è quindi un’opera che, spogliata della sua cromia originale, si carica di un peso drammatico maggiore, quasi fosse un’ombra della sua versione precedente, un riflesso atemporale che interroga chi la osserva, ponendolo di fronte al mistero eterno dell’identità umana.
In "LA MASCHERA 2", Marilina Frasci esplora l’ambivalenza dell’identità e la sua mutevolezza attraverso un linguaggio visivo che attinge dalla tradizione del ritratto espressionista e dall’arte digitale contemporanea. L’assenza del colore, che nella precedente versione della maschera animava il volto con contrasti ardenti, qui si tramuta in un gioco di luci e ombre, di pieni e vuoti, dove l’essenza del soggetto si scompone e si ricostruisce in una tensione emotiva densa e sfuggente.
La composizione richiama la ritrattistica simbolista di Gustav Klimt, ma priva delle sue dorature oniriche, avvicinandosi piuttosto all’incisività grafica di Aubrey Beardsley e al fascino teatrale delle maschere della Commedia dell’Arte. La semplificazione cromatica si traduce in un’intensificazione della forma: lo sguardo enigmatico, sorretto da spirali decorative che sembrano fluttuare nello spazio, evoca il dualismo tra il reale e il celato, tra l’apparenza e la verità interiore.
Quest’opera potrebbe anche essere letta in chiave cinematografica, richiamando il bianco e nero espressionista di Fritz Lang o il surrealismo di Man Ray, dove il volto femminile diviene una superficie riflettente l’inconscio. La digitalizzazione del tratto, pur con la sua pulizia e levigatezza, mantiene un’intensità pittorica che ricorda i chiaroscuri caravaggeschi, con un uso sapiente del nero come elemento narrativo più che semplice sfondo.
"LA MASCHERA 2" è quindi un’opera che, spogliata della sua cromia originale, si carica di un peso drammatico maggiore, quasi fosse un’ombra della sua versione precedente, un riflesso atemporale che interroga chi la osserva, ponendolo di fronte al mistero eterno dell’identità umana.